
Con “Colpa Mia”, Blynch mette a nudo le proprie fragilità e affronta il peso delle aspettative imposte dall’esterno. Il videoclip, girato tra le valli del Matese e diretto da Nour Gharbi, trasforma l’immagine di una cerimonia “non propria” in una metafora potente: quella delle vesti sociali che spesso indossiamo per sentirci accettati.
Tornare nei luoghi dell’infanzia, segnati da esclusioni e insicurezze, diventa un gesto di riconciliazione. Spogliarsi, nel cuore della montagna, è insieme resa e liberazione: un atto simbolico che segna la scelta di restare autentici, anche quando farlo significa esporsi al freddo.
In questa intervista per Prima Music, Blynch racconta la genesi del video e il percorso emotivo che ha dato vita a uno dei suoi brani più personali.
Nel videoclip vieni vestito per una cerimonia che non ti appartiene: cosa rappresenta quell’immagine imposta?
Volevo rappresentare la figura vincente che il mondo ci impone di diventare mentre facciamo il nostro percorso di crescita. Quella fatta di convenzioni, di status symbols, di aspettative altrui da dover rispettare, di standard fissi da dover raggiungere per poter vantare una chissà quale forma di completezza. Credo sia il frutto delle troppe voci altrui che ci dicono continuamente chi dover essere, come doverci muovere, cosa dover raggiungere. Anche se queste vesti ci stanno strette, spesso ci forziamo ad indossarle come se fosse l’unica strada percorribile: non è mai così. Io le tolgo e le lancio via, le perdo per strada. Resto infreddolito e nudo in mezzo ad una montagna in inverno, ma resto io. E quel freddo che provo essendo me stesso diventa più bello del calore che avrei potuto provare coprendomi di vesti non mie.
Girare tra le valli del Matese ha influenzato il modo in cui hai vissuto le riprese?
Il Matese è stato il luogo in cui sono nato e cresciuto, quello in cui ho vissuto la mia fase di crescita più delicata. Lì vicino c’è il mio paese di nascita, quello in cui da bambino ho subito delle grosse esclusioni, numerose forme di bullismo e violenza, la genesi di gran parte di tutte le insicurezze che proprio oggi canto nel mio pezzo. Si tratta di uno spazio a metà tra l’odio più sfrenato e l’amore più incondizionato, una casa che spesso e volentieri si è rivelata tutt’altro che casa, ma che nel suo essere nociva mi ha comunque dato tanto. È stata la mia arena, il mio terreno di gioco, il posto in cui ho imparato ad ascoltarmi anche quando sembrava che tutti parlassero un’altra lingua.
Nella mia canzone parlo esattamente di quel “me” bambino, e in questo video volevo mostrare come fosse cresciuto. Stesso posto, stessa persona, ma consapevolezza diversa. È stato il mio personale modo di tornarci in pace.
Il momento in cui ti spogli diventa un gesto simbolico: è una liberazione o una resa?
Credo si tratti di entrambe le cose. Si tratta di una resa, perché ci si può solo arrendere alla vera natura di sé stessi, ma allo stesso tempo è una liberazione perché ciò comporterebbe la caduta di una gigantesca mole di pesi sulle spalle che non ci appartengono. Potrebbe anche essere visto come un percorso progressivo: dalla resa di ciò che non ci appartiene ci si riscopre liberi di essere chi siamo veramente.
Quanto è stato importante il confronto con la regia di Nour Gharbi?
Nour è l’anima di questo video. Un regista ed artista unico, completamente devoto alla sua visione artistica, disposto all’impossibile pur di catturare quella ripresa perfetta e concretizzare la propria idea. Ha scelto di seguirmi in questa follia, di scendere da Roma per catturare ogni fotogramma di questa contorta rappresentazione di me. Un’anima profondamente affine alla mia, con cui spero davvero di collaborare mille altre volte.
Se dovessi descrivere il video con una sola parola, quale sarebbe?
Difficile descrivere in una sola parola qualcosa di così ampio, eppure se dovessi proprio sintetizzarlo all’infinito, la parola che ne uscirebbe sarebbe “liberazione”. In questo video mi libero di tante cose: dalle colpe inutili che porto sulle spalle, dalla paura di non valere, dalle aspettative delle persone che ho intorno, e le lascio cadere. Prima erano mostri e muri invalicabili, fonti inesauribili di paure ed insicurezze, ora non sono altro che indumenti inumiditi lasciati a gelare sulla cima di una montagna.
