
Ci sono dischi che nascono per essere pubblicati e altri che nascono per essere custoditi. “Decalogo dell’Amore” di Emanuele Marchiori & Chiara Pomiato appartiene decisamente alla seconda categoria — e proprio per questo oggi arriva al pubblico con una forza rara. Nato come dono privato per i loro figli, il progetto ha preso forma lontano dalle logiche dell’urgenza e della visibilità, seguendo un tempo interno fatto di scrittura, riscrittura e vita vissuta. Ecco cosa hanno raccontato alla redazione di Prima Music.
“Decalogo dell’Amore” nasce come dono privato ai vostri figli prima ancora che come album pubblico. Quando avete capito che quel materiale intimo era pronto per diventare un disco vero e proprio?
Esatto, il disco nasce come un dono privato per i nostri figli, ma già dopo la stesura delle prime quattro o cinque canzoni Emanuele ha colto un elemento importante: pur partendo da un’intenzione intima e familiare, quel materiale stava parlando anche oltre la nostra sfera privata.
La consapevolezza è arrivata molto presto. La direzione, però, non è mai cambiata. Abbiamo continuato a lavorare con l’idea di lasciare un’eredità artistica che fosse autentica, capace di descrivere e fotografare la realtà così come la vediamo e la viviamo noi, senza mediazioni.
Nel disco si sente una lentezza scelta, quasi un gesto controcorrente rispetto ai ritmi dell’industria. È stata una necessità personale o una presa di posizione artistica?
Sarebbe bello dire che è stata una presa di posizione artistica consapevole, ma la verità è più semplice: abbiamo una famiglia, un lavoro, una quotidianità già molto intensa.
Questo disco doveva essere un piacere, non l’ennesimo obiettivo da raggiungere. In parte non avevamo tutto il tempo da dedicargli, in parte ci siamo presi tutto il tempo necessario per goderci davvero il processo creativo. Per noi la realizzazione di un progetto è tanto importante quanto il risultato finale.
Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato – Decalogo dell’Amore
Tra le undici tracce convivono folk, jazz, bluebeat e teatro-canzone. Come avete trovato l’equilibrio tra sensibilità così diverse senza perdere unità narrativa?
In realtà non ci siamo mai posti il problema in questi termini. Non vediamo perché questi linguaggi non possano convivere. Forse siamo troppo abituati a pensare che l’amore debba essere raccontato attraverso un’unica chiave stilistica. L’amore è complesso e ha bisogno di molte voci. Ci sono riferimenti a generi diversi, ma il filo conduttore resta sempre la canzone d’autore italiana. Abbiamo lavorato su ogni brano singolarmente e solo alla fine ci siamo accorti che il quadro generale aveva una sua unità naturale.
Avete lavorato con una piccola “famiglia musicale”, coinvolgendo amici e persino i vostri figli. Quanto ha inciso questa dimensione collettiva sul risultato finale?
Quella che si è creata è una vera e propria famiglia musicale, fatta non solo dei nostri figli ma anche di amici musicisti con cui, negli anni, sono nate affinità profonde. Emanuele ha avuto molte collaborazioni artistiche e questo crea una sintonia che va oltre le parole. Conoscere una persona nella sua interezza musicale significa entrare in una sfera personale molto intima, e quando si collabora in questo modo il dialogo è naturale. Crediamo che questa sintonia si percepisca chiaramente nel disco.
Il podcast che accompagna il disco racconta errori, ispirazioni e retroscena. C’è un momento che secondo voi aiuta a capire davvero l’essenza del progetto?
Più che un singolo momento, ci sono alcune puntate che raccontano bene l’essenza del progetto, in particolare quelle dedicate a Gassa d’Amante e Come si fa…amarsi ancora. Sono canzoni nate sia dal testo che dalla musica e poi riscritte più volte, finché il risultato non ci ha convinti davvero. Crediamo che il processo creativo sia importante quanto il prodotto finale. Se più persone dessero valore a questo aspetto, probabilmente avremmo opere più profonde e sincere.
L’album parla di amore adulto, con le sue crepe e le sue routine. Qual è la verità più difficile da dire quando si racconta una relazione che cresce e invecchia?
Le cose più difficili da raccontare sono probabilmente due: la quotidianità, nella sua bellezza — come in Come si fa… amarsi ancora — e il suo lento logoramento, come in Taciturni. La routine rischia sempre di annoiare; raccontarla, ancora di più. Vivere un amore adulto significa non voltarsi dall’altra parte davanti alle responsabilità. Raccontarle, riconoscerle e farsene carico è stata la sfida più grande. Il rischio era doppio: risultare pesanti o, al contrario, scivolare nella banalità. Nei testi come nella musica, abbiamo cercato di restare in equilibrio.
