
Ascoltare “Feeling Bleeding Rising Shining”, il nuovo lavoro degli inDAroots Project uscito lo scorso 12 dicembre per altodischi/Blackcandy Produzioni, è come osservare un organismo vivente che muta pelle in tempo reale. Se il progetto di Gabriella D’Amico e Cristiano Da Ros era nato in acustico, questa nuova release certifica una metamorfosi completa verso un’ibridazione sonora dove il digitale non copre l’organico, ma lo espande fino a farlo esplodere.
Il duo milanese costruisce un viaggio immersivo in cui il contrabbasso smette di essere solo uno strumento di accompagnamento per diventare il motore pulsante di groove ipnotici, arricchito da loop e sovraincisioni che creano un tappeto sonoro denso e stratificato. È evidente fin dalla traccia d’apertura, “Changing Worlds”: quello che era nato come un semplice tema suonato all’ukulele guardando il mare si è trasformato in un’onda anomala di sintetizzatori e bassi effettati. Il brano colpisce per la sua euforia travolgente e per la capacità di evocare immagini sinestetiche, proiettando chi ascolta in un mondo di pura esperienza sensoriale.
La scelta di passare alla lingua inglese, definita dagli stessi artisti come un “vestito sonoro perfetto” per lasciare spazio all’interpretazione, permette alla voce di Gabriella D’Amico di fondersi con la texture strumentale. In “Five Shades”, ad esempio, i pattern ritmici inusuali e le atmosfere eteree servono proprio a questo: a trasportare l’ascoltatore in uno stato di grazia, celebrando il potere curativo della musica.
Ma non c’è solo estasi psichedelica. L’album sa graffiare, e lo fa benissimo in “My Foolish love for you”. Qui il sound si fa ostinato, le elettroniche diventano “sporche” e la voce abbandona i virtuosismi per farsi sussurro confidenziale e poi supplica disperata, raccontando un gioco amoroso pericoloso e irresistibile. È il lato oscuro della luna degli inDAroots, che bilanciano sapientemente la luce di brani come “In Rainbows” – un vero crescendo che porta dalla claustrofobia alla luminosità “di casa” – con momenti di cinica presa di coscienza come “Stormy Bounds”.
Interessante anche la chiusura con “Flower of love”, introdotta da una citazione di Oscar Wilde, dove gli ostinati di contrabbasso fanno da contraltare a una voce ricca di movimento, in un inno sensuale alla rinascita. “Feeling Bleeding Rising Shining” è un disco complesso, che richiede un ascolto attivo. È un lavoro che conferma come le reference del duo – dai Pink Floyd ai Moderat, passando per Mingus – siano state metabolizzate non per imitazione, ma per creare una sintesi originale. Un album per chi cerca profondità e non ha paura di farsi invadere dal suono.
