
“Fuori Tema” viene presentato come una “dichiarazione d’intenti forte e chiara”: fuori moda, fuori schema, fuori posto. In un panorama musicale spesso omologato, quanto è stato un atto consapevole di “ribellione” creare un disco che, per sua stessa ammissione, “non cerca il compromesso”?
Sinceramente? Più che una ribellione realizzare questi brani è stato un modo per respirare un po’. Stavamo scrivendo e ci siamo accorti che quei pezzi non assomigliavano a nulla che andasse di moda… e invece di raddrizzare il tiro, abbiamo pensato: “forse è proprio quello che cerchiamo”. “Fuori Tema” è nato così, senza la pretesa di essere contro qualcosa. È più un “teniamoci quello che ci viene naturale”, anche se non combacia con quello che sta passando in radio o nei reel virali dei social. Se poi qualcuno ci vede un gesto ribelle, va bene… Ma la verità è che abbiamo solo seguito la strada che ci sembrava più onesta, anche se un po’ laterale e disallineata. “Deflesso” singolo e terza traccia del disco ne è l’esempio calzante
Il suono dei Mexico86 fonde l’indie-rock anglosassone con una “vibrazione profondamente partenopea”. Come si traduce concretamente questa napoletanità nella vostra musica? È una questione di sound, di approccio, di lirica, o tutto insieme?
E’ una questione che viene non da Napoli, ma dalla provincia. Se sei della provincia dimenticata, e fai parte della terra di mezzo, devi lavorare il doppio per affermarti, ma non solo nella musica, in qualsiasi ambito. Più che nel sound, la napoletanità è nell’approccio: quella voglia di suonare in modo istintivo, diretto, senza complicarsi la vita, ma mettendoci sempre il cuore in prima linea.
Avete avuto il privilegio di lavorare con produttori del calibro di Peppe De Angelis e Taketo Gohara. Come hanno influenzato e plasmato il sound del disco la loro esperienza e il loro punto di vista esterno?
E’ come lavorare con Obi Wan e Yoda, infatti ci hanno insegnato che spesso la strada migliore per emozionarsi o emozionare chi ascolta, è la semplicità, e la semplicità la si ottiene con la sottrazione, lasciando spazio al basso di esprimersi, di far intervenire le chitarre solo quando hanno qualcosa da comunicare, e non accavallare inutilmente i suoni, il troppo storpia. Questa che può sembrare una cosa banale, il realtà è stata per noi la svolta per le registrazioni di questi brani.
La copertina di “Fuori Tema” è firmata dall’artista Gavino Crispo. Quanto è importante per voi l’identità visiva e come dialoga l’opera in copertina con le atmosfere e i temi dell’album?
In realtà è stata svelata solo in parte, perché continua sul retro del vinile che uscirà a breve. Spiegare come dialogano insieme le cose, significherebbe spoilerare il contenuto del vinile, ma sono sicuro che sarete curiosi anche voi di sapere cosa impugna tra le mani la ragazza in copertina.
Quanto è importante, per voi esprimersi in totale libertà creativa, far parte di un ecosistema del genere, lontano dalle logiche delle label che investono poco o nulla sulle band che non sono in hype o fanno trend?
Per noi risulta una cosa fondamentale, non scendere a compromessi dovrebbe essere un obbligo per ogni musicista. Oggi il mercato ha pretese incredibili se sei del giro e del genere giusto, ma abbiamo visto quanti artisti non riescono a reggere le pressioni, e quanti altri ancora sono costretti ad acquistare i biglietti per i finti sold out. Noi per fortuna non facciamo parte di quel mondo, spesso ci sembra appartenere ad un’altra dimensione. Suoniamo in primis per stare bene con noi stessi, e stare su un palco ci fa sentire liberi, ed è la cosa piu’ importante che ti permette di creare canzoni in totale serenità.
In un momento in cui la scena musicale napoletana è spesso associata ad altri generi, voi con “Fuori Tema” portate avanti una bandiera rock. Vi sentite prosecutori di una tradizione rock cittadina ?
“Prosecutori di una tradizione”? E’ una grossa responsabilità considerando le band rock e i personaggi che Napoli ha sfornato sulla scena nazionale, quindi ci andiamo cauti.
Noi ci limitiamo a fare rock come ci viene naturale. Se qualcuno ci vuole inserire nella storia della città, ben venga… intanto noi ci divertiamo a suonare quello che ci piace
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Tra i vostri punti di riferimento viene citato l’approccio dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Cosa intendete precisamente? È un paragone che fa riferimento all’attitudine, alla scrittura o alla fusione tra parola e suono? E quali altri nomi vi hanno influenzato?
In realtà alcune testate hanno visto questa affinità, ma pur riconoscendone la grandezza, e la cosa ci lusinga molto, non siamo molto preparati su di loro. Forse perché siamo degli anni 90 e siamo cresciuti con in Utero dei Nirvana e Nevermind, con i Placebo, con Moltheni, con Catartica dei Marlene Kuntz che ancora oggi resta un disco meraviglioso.
Il mastering di un tecnico come Giovanni Versari, che ha lavorato con Muse e Battiato, suggerisce una grande attenzione per la potenza e la definizione sonora. In che modo la sua mano ha contribuito a definire il suono massiccio e “graffiante” che cercavate?
Il grande Giovanni Versari ci ha dato quel tocco che mancava: più potenza, più graffio, senza rovinare nulla. Le chitarre mordono abbastanza, la batteria spinge… Insomma, il disco suona come volevamo e anche un po’ di più.
I titoli dei brani come “Deflesso”, “Cani” e “Capita anche a me” sono molto evocativi. Quanto peso ha la scrittura lirica nel vostro processo creativo e da dove attingete principalmente ispirazione per i testi?
La scrittura per noi conta moltissimo, ma nasce da quello che viviamo ogni giorno: momenti, sensazioni, cose che ci restano appiccicate addosso. Cerchiamo di raccontare come ci sentiamo davvero. Se poi qualcuno ci ritrova qualcosa di suo, allora vuole dire che quei testi non parlano solamente di noi.
Con l’uscita in digitale a ottobre e quella in vinile a fine novembre, dedicate una particolare attenzione al formato fisico. Quanto è importante l’oggetto-disco e l’esperienza di ascolto completa, anche dal punto di vista tattile?
Il vinile per noi è un’esperienza a tutto tondo. Tenerlo in mano, girare la copertina, ascoltare il suono, ti fa vivere la musica con tutti i sensi e apprezzare il progetto ancora di piu’. Il digitale è comodo, ma “godi solo a metà” perchè il vinile ti fa soffermare sui dettagli e goderti davvero il momento, quel momento che hai dedicato all’ascolto e quindi a te stesso.
