
Con il nuovo singolo “Mantra”, i Lande riflettono sul bisogno e sul peso delle convenzioni quotidiane, su quei piccoli gesti che ci danno stabilità ma non possono proteggerci dal senso di perdita che accompagna l’esistenza. Il brano diventa così una meditazione sonora sul contrasto tra il cambiamento costante e l’immutabilità dello stato delle cose, tra la volontà di incidere sul proprio cammino e l’impossibilità di influenzare davvero il mondo.
La dimensione concettuale trova corpo in una veste musicale sperimentale, fatta di campionamenti claudicanti, ritmiche frenetiche e sitar intergalattici, in perfetto equilibrio tra spiritualità e inquietudine. “Mantra” è una preghiera laica, un rito interiore che attraversa il confine tra reale e immaginario, proseguendo il percorso visionario e introspettivo che da sempre contraddistingue il progetto Lande.
Nei vostri lavori c’è sempre un confine sottile tra reale e immaginario: cosa vi affascina di più di questo spazio intermedio?
La possibilità che questo spazio intermedio costituisca una membrana sufficientemente permeabile e non troppo rigida permette uno scambio fluido tra questi due mondi, arricchendoli entrambi. E questo è parecchio importante. Altrimenti il rischio è che la realtà venga sentita come una prigione, e l’immaginario come un rifugio. Succede anche a noi ovviamente. La musica però può costituire una buona esperienza per rafforzare questo spazio psichico intermedio, anche se a volte pure quella rischia di tramutarsi in rifugio.
“Mantra” è una sorta di rito sonoro. Che rapporto avete con il concetto di spiritualità?
E’ una domanda gigante, e anche molto personale. Di certo la spiritualità costituisce uno dei tanti bisogni umani. La cosa curiosa è che esiste anche il “bisogno di non averne bisogno”. Potrebbe darsi che il dibattito, talvolta molto acceso, sull’esistenza di Dio, abbia proprio a che fare con l’esteriorizzazione di questo conflitto interno. Chissà…
Il videoclip di “Il primo uomo” era onirico: possiamo aspettarci un’estetica simile anche per “Mantra”?
Il mondo onirico, insaturo e privo di un significato rigido e univoco, si presta molto al parallelismo con la musica, in cui qualcosa e il suo contrario possono coesistere. Essendo noi attratti molto da questo, è inevitabile che accostando immagini alle nostre canzoni, si tenda verso quell’orizzonte.
Quanto l’immagine visiva influisce sul modo in cui costruite la musica?
Molto, e anche viceversa. La musica evoca immagini, che evocano altra musica. Ed “evocare” è qualcosa di ben diverso dal “parlare di”, processo quest’ultimo in cui gli aspetti prettamente concettuali stanno al centro. Questa relazione “evocante” tra musica e immagini guida anche il processo di stesura dei testi dei Lande, che appunto non “parlano di” qualcosa di definito, ma sono rivolti verso un orizzonte evocativo.
Il mondo cambia in fretta, ma voi parlate di “immutabilità”: vi spaventa o vi consola questa idea?
Entrambe le cose. Il “mondo fuori” cambia in fretta ma, almeno in parte, questo avviene per una spinta proveniente dalla difficoltà ad abitare spazi del “mondo dentro” che tendenzialmente sono più immutabili. Non che “il progresso” sia di per sé un male ovviamente, ma di certo le spinte propulsive che lo promuovono non sono tutte benigne.
