
Con il nuovo singolo “Grey Horse’s Standpoint”, Simone Sello fonde suggestioni western e futuristiche in un racconto sonoro unico, dove fischio, chitarra slide e canto lirico convivono in perfetto equilibrio. Il brano, evocativo e cinematografico, segna un nuovo passo nella sua ricerca di musica narrativa, capace di unire emozione e immagine in una forma d’arte senza confini.
“Grey Horse’s Standpoint” è un brano molto evocativo e cinematografico. Da dove nasce l’idea di fondere elementi come il fischio, la chitarra slide e il canto lirico in un’unica composizione?
L’idea nasce dal desiderio di far convivere mondi lontani tra loro: il fischio richiama la dimensione emotiva e umana, la chitarra slide quella più materica e terrestre, mentre il canto lirico introduce un elemento epico e surreale.
Insieme creano un linguaggio nuovo, a metà tra il reale e l’immaginario. Non mi interessa tanto la fusione “tecnica” dei generi, ma la loro convivenza poetica: mi piace che questi suoni così diversi dialoghino come personaggi di uno stesso racconto.
Nel comunicato racconti che inizialmente la melodia principale era affidata a un Theremin, poi sostituito dal fischio di Alex Alessandroni Jr. Cosa ti ha spinto a questa scelta e come ha cambiato il carattere del brano?
Il Theremin aveva una bellezza aliena, ma anche una distanza emotiva. Sentivo che mancava un respiro umano.
Quando ho pensato al fischio di Alessandro Alessandroni Jr., tutto ha preso vita: il brano si è “scaldato”, pur mantenendo la sua aura misteriosa.
Il fischio non è solo un suono, è una presenza. Ha trasformato Grey Horse’s Standpoint in qualcosa di più cinematografico e al tempo stesso più intimo, come se la musica avesse trovato la sua voce naturale.
Il videoclip unisce suggestioni da Spaghetti Western e fantascienza. Qual è il messaggio o la riflessione che vuoi trasmettere attraverso questa visione surreale?
Il video è una riflessione sulla natura umana.
Il cavallo grigio che prende il controllo di un’astronave rappresenta l’istinto che torna a guidare la macchina, l’umanità che si riappropria della direzione del viaggio.
C’è ironia, ma anche una forma di spiritualità laica, un incoraggiamento ad amplificare la realtà. È una parabola visiva sul nostro tempo, sospeso tra reale e virtuale, poesia e artificio.
Nel tuo percorso artistico si percepisce una continua ricerca di equilibrio tra vintage e modernità, tra strumenti acustici e sonorità elettroniche. Come riesci a mantenere coerente questo dialogo tra mondi apparentemente opposti?
Cerco sempre una forma di coerenza emotiva, attraverso le esplorazioni di diversi stili.
Uso l’elettronica come estensione dell’acustico, non come alternativa. La chitarra, ad esempio, è spesso il punto di partenza, ma talvolta la elaboro come se fosse un sintetizzatore.
Mi interessa che ogni suono conservi un’anima, anche quando nasce da una macchina. È questa tensione tra calore e precisione, tra passato e futuro, a definire la mia identità musicale.
Da sempre alterni il ruolo di musicista, produttore e filmmaker. In che modo queste esperienze si influenzano a vicenda nel tuo processo creativo?
Per me sono tre facce della stessa medaglia.
Quando produco cerco già di pensare alla regia del suono; quando compongo visualizzo le immagini; quando filmo ascolto il ritmo delle scene, come se fossero una partitura.
Lavorare in ambiti diversi mi permette di avere una visione più ampia del racconto. Ogni brano è come un piccolo film, e ogni film è per me una composizione musicale da tradurre in visioni.
Negli ultimi anni hai collaborato con artisti come Vasco Rossi e Billy Sheehan, ma anche con realtà come Disney. C’è un filo conduttore che lega queste esperienze così diverse?
Assolutamente. Il filo conduttore è la narrazione del suono.
Che si tratti di una rock band, di una colonna sonora o di un progetto audiovisivo, cerco sempre la stessa cosa: un racconto emotivo.
Ogni collaborazione, anche la più distante, mi insegna qualcosa sul rapporto tra forma e intensità. In fondo la musica, in qualsiasi contesto, è sempre una storia da raccontare.
Il tuo nuovo album, anticipato da Grey Horse’s Standpoint, si inserisce nella scia di The Storyteller’s Project e Paparazzi, Izakayas and Cowboys. Come sta evolvendo la tua ricerca sonora in questo nuovo capitolo?
Questo nuovo capitolo porta ancora più in profondità la mia ricerca di ibridazione tra suono e immagine.
Con “The Storyteller’s Project” ho definito l’inizio della parte performativa e “Paparazzi, Izakayas and Cowboys” espande il concetto.
L’obiettivo è arrivare a una forma di “musica narrativa” in cui ogni pezzo sia parte di un universo più grande, connesso visivamente e tematicamente agli altri.
Guardando al futuro, quali sono i tuoi obiettivi principali come artista e produttore? Ti immagini sempre più vicino al mondo delle colonne sonore?
Sì, potrebbe essere un passaggio naturale.
A livello stilistico, la colonna sonora rappresenta la sintesi perfetta tra le mie passioni: musica, immagine e narrazione.
Mi piacerebbe collaborare con registi e visual artists che condividano una visione estetica non convenzionale, dove il suono diventa uno dei personaggi principali, non solo un accompagnamento.
Parallelamente continuerò a sviluppare i miei progetti come artista, cercando nuovi equilibri tra spontaneità e costruzione, tra il suono e l’immaginazione che lo genera.
