
Il Lato A di “Fango” si sviluppa come un attraversamento emotivo tra tensione e momenti di apertura, restituendo una dimensione instabile fatta di relazioni fragili e pensieri ricorrenti. Suvari costruisce un racconto per immagini essenziali, lasciando spazio all’ascoltatore e lavorando per sottrazione.
“Un milione di piccole cose”, nato di getto come un vero flusso di coscienza, diventa il centro dell’EP: un brano che non è né tregua né tensione, ma punto di equilibrio e sintesi delle diverse anime del progetto.
La collaborazione con Federico Dragogna consolida un sound coerente e riconoscibile, che valorizza l’identità dell’artista senza forzarla. Ne emerge un lavoro compatto, attraversato da un senso di disincanto che ne definisce tono e visione.
“Un milione di piccole cose” sembra quasi un flusso di coscienza musicale. Hai scritto il brano di getto o è stato un processo più lungo?
È un brano dal ritmo incalzante e, in effetti, è nato con la stessa identica urgenza. L’ho scritto totalmente di getto: è stato un vero e proprio flusso di pensiero che ha preso forma quasi autonomamente, trascinandosi da solo dall’inizio alla fine senza bisogno di troppe revisioni o sovrastrutture. A volte le canzoni più sincere e dirette arrivano senza preavviso.
Nel testo c’è una forte dimensione mentale, quasi cinematografica. Immagini spesso le tue canzoni come scene?
Sì, assolutamente. Mi piace pensare ai brani di Suvari come a delle vere e proprie cartoline spedite da un momento lontano, frammenti visivi catturati in un istante. Per me la chiave del processo creativo è sempre cercare di esprimere un concetto profondo o un’emozione complessa utilizzando suggestioni e immagini mentali chiare, impiegando il minor numero di parole possibili. È un lavoro di sottrazione: meno spiego didascalicamente, più lascio all’ascoltatore lo spazio per proiettarci la propria scena.
All’interno di “Fango”, questo brano rappresenta un momento di tregua o di tensione?
Direi che non è né l’uno né l’altro, o forse è la perfetta sintesi di entrambi. Lo vedo come l’anello di congiunzione che fa dialogare le diverse anime dell’EP: da una parte i momenti di forte tensione emotiva, come avviene in tracce come ‘La Tregua’ o ‘Disincanto’, e dall’altra le aperture verso momenti di respiro e sollievo, come in ‘Terraferma’. Proprio per questa sua natura, rappresenta la somma e il manifesto di tutto il sound che caratterizza il disco.
Come è stato lavorare con Federico Dragogna nella costruzione del suono dell’EP?
Siamo arrivati ormai al nostro secondo lavoro assieme, ed è sempre stimolante e prezioso collaborare con Federico. La cosa che apprezzo di più di lui, e che è fondamentale quando affidi la tua musica a un produttore, è il suo essere una persona pienamente rispettosa dell’idea originale del musicista e della sua identità sonora. Non stravolge ma valorizza. C’è sempre un momento di riflessione iniziale, una fase di studio condiviso in cui ci sediamo e ci chiediamo esattamente in quale direzione vogliamo spingere le sonorità del progetto.
Se dovessi scegliere una parola che riassume il Lato A del disco, quale sarebbe?
Disincanto



